Il Poeta

La penna strideva sulla spessa carta bianca e il duttile inchiostro non parlava d’amore, non disegnava le spade di valenti cavalieri, non sapeva dir di più di quel che già non diceva.

In quella mansarda umida, al tepore della tremula luce di una lampada ad olio, coi topi che stavano curiosi a guardare, il poeta cercava qualcosa senza saper cosa fosse e dove si trovasse; non aveva neppure la certezza che esistesse.

Cercava la dea dell’ispirazione, madre crudele degli artisti, che dà la vita e non la soddisfa, nella costante, frenetica, dolorosa ricerca di qualcosa di più. E se per una rampa di scale senza fine si vuol cercar sempre l’ultimo scalino, si ha un gran bel daffare, per poi concludere poco o niente.

Gli applausi della gente fanno sopravvivere, ma alla fine si vive per sé, e per vivere serve bere l’ambrosia che non sazia, rimanendo sempre con la sete che secca la bocca, finché la bocca non si fredda e tace per sempre.

 

Bel dono, madre mia che ti chiamano Arte, bel dono che mi fai. Mi scegli per le tue beffe, mi dai alla luce e mi fai sentire il desiderio di viverti; sei prima madre e poi amante, amante insensibile e infedele: ogni gioia che mi dai oggi non serve ad altro che a farmi pesare ancor più la tristezza ventura. Non sei mai stata mia, io ti rincorro e tu mi rifuggi, poi ti concedi e la mia penna scorre come il sangue nelle mie vene, forte e smanioso. Le parole scivolano in un fiume straripante, il cuore batte ad ogni tocco sul foglio carico di passione, l’intreccio si dipana, gli amori, i duelli, le corse, i re, gli avventurieri, tutti vorticano e sulle ali della fantasia si gettano in picchiata. Io vivo il doppio, il triplo addirittura, quando sono perso nelle tue spire, quando non vi è più un tuo segreto che io non conosca. Ma all’improvviso, ti ritrai e mi neghi di continuare. Il fiume diventa arido, secco, la polvere mi entra in bocca e mi brucia gli occhi, il cuore non pulsa più per andare avanti, semplicemente per non fermarsi, e tutto torna spento, torna il freddo di questa mansarda, tornano i topi a far da spettatori al nostro amore che mai sarà felice, mai sarà sereno. L’anima è in subbuglio: tu non mi amerai mai, ma io per vivere ho bisogno di te e tu per esprimere la tua volubile passionalità non puoi fare a meno di noi poveri artisti, i tuoi figli, i tuoi amanti, le tue inebriate dolci prede.

Il deserto che si fa largo dove prima guizzava la sorgiva della fantasia crea gran confusione. Non sa più cosa pensare il poeta. Getta al vento penna e calamaio, s’infila il mantello e lascia la mansarda, covo d’odio e d’amore.

 

Quando si sentiva così scompigliato e sottosopra, il suo cuore, dove la sua mamma (quella vera) viveva ancora, gli diceva di uscire, di lasciarsi alle spalle i trambusti delle rime e dei versi, di assaporare le luci e le ombre della città, di incontrare la gente, di sentire il venticello freddo di novembre o la calda aria delle notti estive sul viso. Come per magia i problemi sarebbero volati altrove ed il cuore avrebbe trovato un attimo di pace.

Così il cuore allontanava i problemi, ma senza cancellarli.

Così l’arte pompava il sangue al cuore, ma senza garanzie.

Chi se ne importa, e uscì.

 

Alla taverna c’era sempre un gran chiasso, specialmente nottetempo. Tutti parlavano ad alta voce e si creava confusione, allora per farsi sentire nella confusione parlavano ancora più forte, e c’era sempre più confusione. Il vino poi infervorava gli avventori, tingendo di rosso il naso ed infuocando la gola.

L’aria era comunque festosa e ci si divertiva.

Perlomeno, questo valeva per la maggior parte dei presenti.

Il poeta entrò controvoglia nel locale, che era uno di quelli vecchi, con le grosse travi a regger il soffitto ed i muri storti.

La baraonda che regnava là dentro gli dava fastidio, eppure cercava di farsela piacere, cercando nello svago di molti qualcosa che facesse anche per sé. Si chiedeva cosa ci trovasse la gente nel provar l’ebbrezza, in un luogo angusto, caldo e soffocante, di parlar tanto forte che nemmeno un incendio alla polveriera si sarebbe fatto sentire. Eppure pareva che quel luogo esercitasse un sollievo magico, tanto che anche lui ricercava lì una sorta di disordinato ristoro.

Ma volete mettere la tranquillità della luna bianca, coi rami neri che si protendono verso di lei e abbracciano dolcemente una stradina fuori mano?

Per questi viottoli solitari ben presto si sarebbe trovato a passeggiare, il caro poeta così confuso. Si sentiva come qualcuno ad un passo da un traguardo che ignora. Sapeva che sarebbe arrivato, ma non sapeva dove.

Sarebbe passato per quei viottoli, dunque, ma non prima d’aver scambiato un saluto e due parole col taverniere.

Era questi un vecchio col naso grosso e paonazzo, gli occhi stretti, sempre sorridenti, e le sopracciglia arcuate e folte, che sprizzavano allegria. Aveva un’enorme barba bianca, incolta e intricata come la foresta esotica più sconosciuta e impenetrabile. Schiacciato sulla testa teneva sempre quello stesso berretto grigio da trent’anni ed era così sporco e sciupato che sembrava un vecchio topo. Della stessa sorta erano i suoi abiti, spessi e di colori poco vivaci, sempre uguali o, più probabilmente, sempre gli stessi…

Quell’uomo era un vulcano.

“Ehilà! Dominic, è da qualche giorno che non ti si vede!” esclamò il vecchio, scorgendo il nostro poeta che di nome faceva appunto Dominic.

“Ehi, Nostradamo” rispose con assai meno vitalità il giovane, sorridendo debolmente.

“Tutto bene, Dominic? Mi sembri un po’ spento” osservò il taverniere, che sapeva interpretare bene le facce della gente. Il suo sguardo divenne sottile ed interrogatorio.

“Mmm… non arriva, Nostradamo, non arriva” borbottò il poeta.

“Chi?”.

“L’ispirazione, amico mio. È da tanto tempo che cerco qualcosa, senza trovare altro che miserie. Come posso fare?”.

“Ah, a me lo chiedi! Sarò pur un gran lettore, perché, devi ammetterlo, sono proprio un gran esperto in materia, però da parte mia non saprei proprio. Vedi, tu hai la fantasia, caro mio, e non è da tutti. Io potrò avere letto Omero e compagnia bella, ma non sarò mai capace di comporre due versi che stiano in piedi, mentre tu… è solo che non ti accontenti mai, sei fatto così. Da un lato è un bene, però, santo Cielo, non sei mai tranquillo” disse Nostradamo, sospirando. “Dai, fatti un bicchiere, offre la casa”.

“Grazie, volentieri” rispose Dominic, con lo sguardo perso.

“Ecco. È speciale”.

Dominic sapeva bene che quel vino non aveva niente di particolare rispetto a qualunque altra botte, Nostradamo amava infatti definire sempre speciale quello che serviva, indipendentemente dalla vera qualità. Nonostante tutto il poeta accettò e quel bicchiere parve avere un benefico effetto.

Risollevato dal frutto della vite, si guardò attorno e osservò di sfuggita i visi giocondi dei presenti.

D’improvviso, la gracchiante ma bonaria voce di Donna Jaqueline, la vecchia moglie di Nostradamo, signora logorata ma nel contempo divertita dai tanti anni passati con quell’istrione, si fece sentire: “Nostradamo, vecchio rimbambito! Dai che c’è da spostare una botte, vieni qua!”.

“Ci vediamo presto Dominic” disse il taverniere, sorridendo con aria eloquente “mi chiamano…”. Dopo qualche passo si voltò e aggiunse: “ Mi raccomando di non startene fisso in quella tua mansarda, che il mondo è più grande!”.

Dominic sorrise tra sé fissandolo allontanarsi poi se ne andò.

                                                                                                     Carlo 12 dicembre 2005

 

Giugno 2006: il racconto “Il Poeta” è segnalato alla quarta edizione del concorso “San Maurelio” di Malborghetto di Boara”.

 

 

 

 

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