Opzichtigviool


Rientrando a casa, la ragazza trovò la lettera.

Era scritta su carta pregiata, croccante e fragile come un croissant e come un croissant dolce e invitante. L’aprì col sorriso, curiosa di scoprire lentamente cosa mai le avesse scritto quel ragazzo. L’aveva conosciuto nel parco, seduto con il violino su quella panchina dove lei era solita rifugiarsi nei momenti più grigi. Con la musica egli aveva saputo rincuorarla, senza bisogno di parole, in un gioco di note e di sporadici sguardi.

Proprio in quella lettera, il musicante rievocava il momento di quell’incontro, sigillava con poesia la memoria di quel mattino e di quelli seguenti in cui le corde del violino parlarono per lui. Voleva conoscerla meglio, sentiva che non era stato il caso a far incrociare le loro strade.

Non era bello, ma aveva un fascino tutto suo e a questo lei non sapeva resistere.

Alle otto, di fronte ad un vecchio ristorante con una bella veranda, calda e accogliente in queste prime notti di giugno: in coda alla lettera, era questo l’invito che lei non avrebbe certo rifiutato.

 

Dando gli ultimi tocchi d’ombretto, la ragazza osservava la sua immagine riflessa nello specchio, i ricci ramati che scendevano ad incorniciare il suo viso, gli occhi grandi e belli, le labbra forse un po’ troppo lucide. Che andasse bene? Era abbastanza carina? Prese un fazzoletto e si ripulì il trucco, per poi ricominciare daccapo. E se non gli piaccio coi capelli sciolti? Provò a stringerli con un fermaglio, cercando quello che più si adattava ai suoi abiti. Chissà, forse era meglio prima… E poi, i vestiti erano adeguati? Troppo formali, forse, troppo eleganti…

Ah, quanti problemi! In fondo, sono sempre io!

Più risoluta, lanciò un’ultima occhiata allo specchio, con sguardo sprezzante: sapeva di valere molto di più di quell’immagine riflessa.

Afferrò la borsetta, uscì, rientrò a controllare se aveva preso tutto, uscì di nuovo, fece per rientrare, si ricordò d’aver spento la luce, mandò a quel paese le mille incertezze e arrivò alla macchina. Andrà benissimo, si disse.

Dopo essere tornata in casa a prendere le chiavi dell’auto, partì.

 

La veranda era illuminata da quattro lampade anni ’70 e dal neon blu dell’antizanzare. I rampicanti si protendevano ovunque, circondando il luogo coi loro fiori e trasformandolo in una fiaba.

Tuttavia, la principessa non si faceva ancora vedere.

Il posto è questo, l’ho scritto chiaramente sulla lettera… si diceva il musicante, ma perché non arriva? Che si sia scordata?

Scongiurando di dover tornare a casa gonfio di delusione, attese ancora un po’, sperando di vederla sopraggiungere, un po’ affannata, scusandosi per il ritardo.

Il viale silenzioso vide passare solo qualche macchina e una vespa diretta al mare: della ragazza nessuna traccia.

Accidenti, ero certo che venisse! Si disperò il musicante, appoggiato al palo della luce. In cima, si agitava un nugolo di moscerini.

Se al cinque non arriva, giuro che torno a casa e chissenefrega, sentenziò lapidario.

Uno… e il viale tacque.

Due… silenzio.

Tre… niente di nuovo.

Quattro… deserto.

Cinque… due fanali sbucano dalla curva: è lei! Entusiasta, il musicante attese.

La macchina si avvicina, rallenta… no, no, non rallenta: passa e se ne va!

Accidenti! Sbottò il musicante, abbattuto, e se la prese con l’ignaro automobilista, che nel frattempo era già distante.

Senza più un briciolo di speranza, s’incamminò verso il suo mezzo e si allontanò dalla brutta esperienza di quella sera, cercando conforto altrove.

 

La ragazza arrivò sparata a razzo, beccò il parcheggio per miracolo e scese di corsa, pregando di non essere troppo in ritardo. Il viale era deserto, ma lei sperava che il ragazzo la stesse aspettando dentro il ristorante, già seduto al tavolino migliore.

Entrò così nel locale, vide alcune coppiette e tre quattro famigliole ma nessun musicante annoiato che l’aspettava. Chiese allora al proprietario che gli rispose: “ guardi signorina, un ragazzo è stato fermo davanti alla porta per tanto tempo, poi se n’è andato via…”

Intuendo che si trattava proprio del suo cavaliere, uscì abbacchiata, maledicendo quella sequela di semafori rossi e quell’ubriaco che era andato fuoristrada fermando la circolazione.

Ecco, ho perso l’occasione migliore della mia vita. Me lo sentivo, me lo sentivo che sarebbe stata una serata unica, ma perché la sfortuna non mi molla mai?!

Era molto triste, sapeva di aver perso qualcosa d’importante, che da tempo le mancava, che forse non aveva mai avuto. E adesso niente da fare, solo andarsi a sedere su una panchina, ad affogare i rimorsi che facevano capolino dalle pieghe più buie della sua esistenza. Sperando di svegliarsi domattina e capire che era stato solo un incubo… vana speranza…

 

Il ragazzo vedeva la sua ombra mescolarsi a tante altre, mentre camminava a capo chino per i sentieri del parco. Nell’oscurità di quel luogo, dove la luce dei lampioni era filtrata dalla spessa vegetazione, vagava solitario, incapace di scacciar via i fantasmi di quell’amara serata.

Si fermò di fronte alla panchina dove per la prima volta aveva visto la ragazza dei suoi sogni e si era illuso di poter suscitare in lei l’amore con le arie del suo violino.

Lo rimpiangeva, ora, il violino, e mimò anche di suonarlo, per alleviare lo sconforto, tanto nessuno poteva vederlo e deriderlo, là nel parco.

Presto fu preso dalla passione e prese a suonare come se davvero avesse fra le mani lo strumento, senza più avvertirne la reale mancanza; udì ed ammaestrò le note, sentì la grande orchestra attorno a lui, e poi l’assolo, addirittura gli applausi.

Così preso da quel travolgente delirio, non si accorse dei passi che si avvicinavano, di una sagoma sempre più prossima, della figura di una ragazza con lo sguardo a terra e il morale ancor più in basso, anche lei naufraga dei suoi tormenti.

Era persa nel ripercorrere gli attimi di una brutta serata, quando iniziò a sentire una musica crescere attorno a lei, una musica di violino accompagnata da una grande orchestra, e poi un magnifico assolo che esprimeva un trasporto straordinario ed un’abilità fuori del comune. Le parve che quella musica intonasse le parole del suo cuore.

Alzò così lo sguardo e sulla panchina che s’aspettava di trovar deserta e pronta ad accogliere le sue lacrime, vide invece un ragazzo che suonava il violino. Non s’accorse che stava solo mimando di suonarlo: era così bella la musica che si spandeva fino alle stelle, così appassionato il suo arco immaginario, così ispirate le inesistenti corde, che era impossibile accorgersi della verità.

Si avvicinò e vide il volto del musicante, ma l’aveva già riconosciuto nel suono inconfondibile del suo sentimento, nelle vibrazioni variopinte che uscivano dal suo profondo.

Si sedette accanto a lui e si sentì al centro di un grande concerto; lui la guardò e né l’uno né l’altra vollero soffermarsi sugli ostacoli che si erano posti fra loro. Non valeva la pena di sprecar tempo e parole, ora che si trovavano insieme, per arrivare con la musica ancora negli orecchi fino all’alba del giorno più nuovo di tutti.

                                                                    Carlo, 19 aprile 2007

(per il compleanno di Giulia Cassetti)

 

 

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