CHE PALLE!

Come ogni sera, verso le otto e tre quarti, ecco le due amiche che si abbandonano sulle vecchie sedie a dondolo sotto la veranda e si mettono a chiacchierare.

Iniziano con frasi del tipo: “Oggi le zanzare che finiscono nella trappola elettrica sono meno di ieri, si stanno facendo furbe…” ma sanno bene entrambe dove andranno a parare. Potrebbero benissimo partire subito coi discorsi tanto amati, ma sembra che si vergognino un po’. Stanno lì, in trepida attesa, finché una delle due (perlopiù fanno una sera a turno) non tira fuori i cari, vecchi discorsi sul loro glorioso passato. A quel punto si salvi chi può, diventano come fiumi in piena e le parole non si fermano più, finché non si fa troppo tardi e le palpebre danno segni di cedimento.

“Eh… non si vive di ricordi, dicono i saggi”.

“Che ci sarà poi di male a navigare un po’ nella memoria, dico io; abbiamo vissuto una vita intensa, perché non dovremmo rispolverarla, di tanto in tanto?”.

“Concordo. A proposito di rispolverare, ricordi quelle giornate in cui c’era polvere dappertutto, che non appena sfioravi il terreno, buff!, un gran nuvola rossa si alzava. Solo l’acqua ci poteva salvare!”.

“Eh, già. Comunque, ci sono stati giorni in cui l’acqua era fin troppa. Sembravano sabbie mobili, arrivavi ed eri nella melma. Nella maggior parte dei casi, in quelle circostanze ci sottraevano al fango e ci ripescavano quando il tempo era più sereno”.

“Una volta, a Londra, ho aspettato tre ore prima che mi ripigliassero: non finiva mai di piovere”.

“Ci credo, anche a me, una volta, in Inghilterra è capitato”.

“Ah, un lavoro pesante. Quante botte, quanti acciacchi. Però, quando sentivi tutti gli occhi dello stadio puntati su di te, che brivido!”.

“Una sensazione impagabile!”.

 “Che bei tempi. Ridevo quando mia madre diceva così a me. Era ancora una di vecchio stampo, tutta bianca. A parte che anche i miei capelli gialli ormai non sono più come una volta”.

“Se è per questo, guarda me: tutta spelacchiata. Che brutto diventare vecchi…”.

“Pensa che paradosso: da famosi si vive ben poco, nell’anonimato molto di più”.

“Eh già. Abbiamo accontentato lorsignori per qualche scambio, poi volevano qualcuna illibata e via…”.

“Ci sono le fortunate che si sono fatte autografare, quelle rimarranno immortali”.

“Sono diventate automaticamente oggetti di valore, come un trofeo”.

“A proposito, quanti trofei ho visto alzare al cielo! Ma anche quante lacrime e grida ed infortuni”.

“Una volta mi è capitato di far ridere tutto il pubblico!”

“A sì, è stato quando hai colpito l’arbitro?”.

“Esatto… non è che te l’ho già raccontato?”.

“Almeno un milione di volte…”.

“Oh beh…”.

“Io, invece, spesso sentivo un oooh collettivo. Che colpi di classe, che spettacolo!”.

“Si, ma mica tutti riescono nei colpi morbidi: io ricordo tante pacche violente da tutte le parti. Quando viaggiavo alta, sapevo già che mi sarei beccata una di quelle legnate!”.

“E’ il rovescio della medaglia”.

“Beh, comunque anche i colleghi che lavorano in altri campi non stanno meglio, tienilo presente”.

“E’ vero: c’è quel brasiliano che è livido dopo tutte le pedate e ancora non si è ripreso”.

“Per non parlare di quel tizio arancione, che viene dagli USA; mi ha raccontato storie orribili: lo sbattevano a terra in continuazione!”.

“Ma l’americana non era quella bianca?”.

“Sì, anche lei è sfortunata: si è beccata centinaia di mazzate in faccia!”.

“Ah, ho capito”.

“Eppure, ora che ci penso, mi sembra che ci fosse un tipo che non se la passava male”

“Chi? Quel neozelandese con la faccia ovale che era coccolato tra le braccia di tutti?”.

“No, no. E poi quello lì non la racconta giusta: mi hanno detto che ogni tanto, a sorpresa, lo tradivano e gli tiravano di quei calcioni!”.

“Non lo sapevo. Allora di chi parli?”.

“Ma di quello che se ne stava tutto il giorno in piscina e veniva spinto avanti e indietro, dai che hai capito…”.

“Ah, sì, lui. Beh, di certo non prendeva delle grosse botte, però guardalo com’è raggrinzito con tutta quella piscina. E’ invecchiato in fretta, per sua sfortuna”.

“Non si può avere tutto dalla vita”.

“Comunque, anch’io mi sento vecchia. Non c’è che dire, non sono più la pallina di un tempo”.

“Nemmeno io. Pensa che ho giocato con Sampras, negli USA, tanti anni fa, ed ora sto qui a marcire in questa casa di riposo per vecchi attrezzi sportivi”.

“Certi lo chiamano “sgabuzzino della palestra”, deve essere il nome in gergo sportivo”.

“Che vuoi che ti dica…”.

“Niente. Anzi, adesso vado a dormire; ho trovato una rete molto comoda, dentro uno scatolone”.

 

Carlo 28 luglio 2005